Qual è il senso della mia vita? Perché c’è la morte e cosa ci sarà dopo? Che senso ha la sofferenza e perché vivere se si deve morire? Come posso vivere bene il mio tempo?

Veniamo al mondo immersi in domande relative alla nostra esistenza. Momenti di fragilità, difficoltà economica, dolore, malattia, ma anche piccoli fatti della vita quotidiana ci toccano e “non ci danno pace”.

Tutto quello che “abbiamo” ha la possibilità di non essere più nostro, che sia un bene o un legame profondo, come “quando un figlio adolescente cresce e chiede di separarsi da noi, facendoci sentire magari fragili e un po’ più vecchi. (..)” o quando con “qualcuno che amiamo e con cui il futuro sembrava tracciato e certo, e invece, d’improvviso e di nuovo, il futuro ritorna ignoto e insicuro”[1].

In un certo senso ogni cambiamento che affrontiamo, ogni perdita porta fatica ed evoca in noi l’immagine della morte e del lutto, intesa come un abbandono di qualcosa che prima pensavo di “avere” e che adesso non mi appartiene più[2].                                                                                                                                                                                                                               

Così si fa spazio in noi un senso di angoscia, davanti alla percezione della fine di ogni cosa[3].

È difficile guardare in faccia a questa angoscia e trovare uno spazio nella società in cui possiamo parlare dell’esistenza e della sua precarietà, di ciò che fa male e sentirci accolti. Si attua così una sorta di “meccanismo di difesa”, un tentativo sociale di “rimozione” dell’immagine della morte e del senso di vuoto che si prova dinanzi ad essa. Si riempie il tempo con attività che lo saturino, in modo che la vita diventi una lista di “cose da fare”, una corsa contro il tempo, dove è tutto già prestabilito e non c’è tempo di farsi domande, di fermarsi e di sentire fino in fondo ciò che ci circonda e che abbiamo dentro. La routine che si innesca ci porta ad assumere atteggiamenti, scelte, pensieri ereditati dal contesto in cui viviamo, facendo nostri dei modi di fare ma anche dei modi di vedere la realtà che magari non ci appartengono fino in fondo, che, forse, neanche ci fanno stare bene e ci tolgono il respiro, ma almeno ci proteggono da questo sentire. Si impedisce così quella “sosta che può  portare a sentire disagio, a percepire la perdita di senso o il timore di questa perdita, a sentire, come domanda esistenziale, la solitudine, la fatica, la fragilità, la precarietà del vivere”[4].

Allo stesso tempo desideriamo trasmettere una immagine di noi stessi forte e solare, perché mostrare le fragilità e i dubbi ci fa sentire deboli e inadeguati. La paura davanti al poter parlare della morte e della fragilità, oltre alla paura per la morte stessa, fa emergere tante piccole solitudini, vuoti di comunicazione, anche messi in atto al fine di “proteggere e proteggerci” dalla consapevolezza e dal dolore. Ma questo vuoto di parola ci lascia spesso soli con noi stessi, le  nostre domande e paure, i sensi di colpa e i desideri.

Nonostante i nostri tentativi di proteggerci dal dolore e dalla consapevolezza, alcuni fatti della vita quotidiana ci mettono in continuo scacco, fino a fare crollare le nostre certezze e quello che pensavamo di avere costruito, di cui non vediamo più il senso. Chi siamo? A cosa sono valsi i nostri sforzi? Ci sentiamo sbagliati, senza una bussola. Ma queste domande, lungi dall’essere un’eccezione che ci allontana dagli altri, sono domande che

 

[1]     ibidem

[2]     L. Campanello, Sono vivo, ed è solo l’inizio, Mursia, Milano 2015,  p. 14

[3]     A questo proposito per esempio Heidegger e l’ “essere per la morte”.

[4]     L. Campanello, Sono vivo, ed è solo l’inizio,  p. 17

 

attraversano il cuore di tutte le persone. “L’uomo durante la propria vita inciampa in dubbi e problemi esistenziali che generalmente non hanno a che fare con la malattia mentale, ma semplicemente sull’interrogarsi sul reale, e sulle scelte difficili che ci si può trovare a compiere per i diversi casi della vita”[1], ed “è impossibile negare come il comprendere se stessi e il mondo sia il fine che ogni uomo tenti di portare a compimento durante la propria vita[2]. Lasciamoci perciò la possibilità di essere come siamo, di condividere  con gli altri la gioia ma anche il dolore, i nostri progetti ma anche i nostri dubbi, per riuscire a vivere al meglio il tempo che si ha a disposizione, costruendo dialoghi veri con noi stessi e con gli altri.[3]

 

[1]     M. Fontanella, L’identità umana come sistema complesso, p.23

[2]     M. Fontanella, L’identità umana come sistema complesso, Editoriale Documenta, Cargeghe 2019, pp.19-20.

[3]     Cfr. L. Campanello, Sono vivo, ed è solo l’inizio.

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