Quanto sono grandi l’amore e il bene che possiamo provare per qualcuno (qualsiasi sia il tipo di relazione con questa persona)? E cosa possono portarci a fare?
Le relazioni con le altre persone, e i legami di affetto riempiono le nostre vite di tutti i giorni e danno loro valore. È come se ogni persona fosse avvolta in una rete di relazioni più o meno forti, e il suo agire influenzasse l’equilibrio di questa rete.

Un po’ come sintetizzato nel pensiero e nella parola africana ubuntu, “io sono perché noi siamo”: le relazioni costituiscono parte della mia identità, mi aiutano a capire chi sono ma anche lo definiscono, allo stesso modo in cui io stesso contribuisco alla creazione o al raggiungimento di consapevolezza dell’identità di qualcun altro. Basti pensare al ruolo dell’educazione e del giudizio dei propri genitori, delle influenze delle amicizie che accompagnano i diversi momenti della nostra vita, dei feedback dell’ambiente lavorativo in cui ci troviamo immersi, e così via.

Il modo più o meno sereno o burrascoso in cui avviene la progressiva costruzione e scoperta della mia identità impatta sul mio benessere personale, sul modo in cui posso condurre la mia vita.

È allora molto importante guardare questa rete di relazioni di cui faccio parte, indagare i tasselli principali, i volti, che la compongono e chiedermi “come stanno andando” queste relazioni. È come aprire le finestre di una stanza per farle prendere un po’ d’aria e riguardare tutto da una luce differente. Ovviamente la tipologia di relazioni molto amplia e diversificata non permette di fare un discorso generalizzato e completo. In questo momento proviamo perciò a stringere sui legami di relazione duale che coinvolgono la “cura” per l’altro. Anche il termine “cura” può avere tanti significati, per ora pensiamo alla cura come il “prendersi cura del bene(ssere) dell’altro”, o di sé stessi. Insomma, tra tutte le relazioni che intrattengo, occasionali o costanti che siano, provo a focalizzare l’attenzione su quelle per cui sento che c’è anche un legame di “cura”, reciproca o meno. È molto bella a tal riguardo l’espressione “ti voglio bene”, perché ci fa intuire che le relazioni di affetto si dovrebbero basare sul desiderio che l’altro stia bene (“voglio il bene per te, voglio farti del bene”). Ma come posso fare del bene per l’altra persona? Come posso sapere quale sia il bene adatto a lei?

Proprio per la “vicinanza” che sentono le persone all’interno di una relazione affettiva, spesso si sente quasi di poter avere una visione migliore dell’altro su quale sia il suo bene. E di fatto a volte è proprio vero che lo sguardo esterno aiuta a capire alcune cose che da soli non saremmo in grado di sbrigliare.. Oppure, finché un figlio è piccolo si reputa che siano i genitori ad avere una più chiara visione dei suoi bisogni.. e così in altri contesti. Ma cos’è questa “vicinanza” e.. se diventasse.. “troppa”?

Possiamo dire che quando due persone sono molto “vicine” il bene dell’uno e dell’altro vanno quasi a fondersi: si farà fatica a guardare al proprio bene senza includere necessariamente anche il bene dell’altro. In un certo senso una persona diventerà essa stessa il bene dell’altra: l’altro diventa per noi essenziale, parte di noi, qualcosa di irrinunciabile per la nostra identità. Per esempio, il bene di una mamma, la sua felicità, dipenderà ampiamente dal benessere di suo figlio: il genitore non vuole altro che il figlio stia bene. La realizzazione di tale bene diventa una priorità per il genitore, e per il figlio il genitore è essenziale, è il suo bene. È un equilibrio delicato, fisiologico in alcuni momenti della vita, presente in diverse relazioni affettive. Ma se le parti della relazioni non fossero più in grado di vedersi indipendentemente l’una dall’altra? Se genitore e figlio, al passare del tempo, non fossero in grado di “staccarsi” e aumentare questa distanza?

Nella difficoltà di discernere e fare il bene per l’altro, a volte l’equilibro si rompe. Ed è come se le parti iniziassero a prevaricare una sull’altra, non più in grado di leggere i bisogni l’una dell’altra, ma in una sorta di simbiosi e dipendenza, dove diventa impossibile fare il bene sia dell’uno sia dell’altro. Nel breve e coinvolgente corto animato The Cord, di Marcus Film Animation studio questa domanda viene portata alla sua estrema conseguenza, inscenando la vita di una madre che decide di non tagliare il cordone ombelicale alla nascita del figlio..

 

Suggerimenti:

 

¹ A. Pessina (a cura di), Paradoxa: etica della condizione umana, V&P, Milano, 2010

² E.F. Kittay, La cura dell’amore: donne, uguaglianza, dipendenza, V&P Milano 2010

³ F. Botturi, La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale. V&P Milano 2009

4 Marcus Film Animation studio, The Cord, 2020, <https://www.youtube.com/watch?v=kRwl6LWjsQo>

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