Sabato 28 novembre il primo incontro di Scriversi con Cura, progetto che Insieme per l’Hospice di Magenta ODV realizzerà in sinergia con gli enti sanitari territoriali, e che prevede cicli di incontri gratuiti per tutto il 2021. Il progetto, a sostegno dei caregiver, nasce dalla consapevolezza del ruolo terapeutico della scrittura e delle arti per il benessere personale. 

“È un bisogno fondamentale dell’essere umano esprimere le proprie emozioni e i propri desideri e ricercare il senso delle esperienze che gli accadono. Tutto ciò che non riusciamo ad esprimere viene infatti spesso somatizzato dal corpo, che si ammala. L’espressione personale contribuisce invece al mantenimento di una vita serena e in salute”, ci spiega la dott.ssa Elena Cristina.

 

Quali sono i rischi che corre il caregiver? Cosa significa sintomatologia caregiver Burden?  

Dott.ssa Elena Cristina: “Burden significa fardello. È il carico non solo oggettivo dell’assistenzialismo - l’assistere il corpo malato - ma anche un carico emotivo, nello stare vicino per molto tempo ad una persona che soffre e avere delle grandi responsabilità di cura nei suoi confronti. Il caregiver spesso si identifica con il suo ruolo, e fatica a staccare la mente dall’accudimento. A volte succede che se si prende una pausa, la mente continua lo stesso a pensare all’assistito. Egli deve inoltre coniugare questo ruolo di cura con altre situazioni sociali e di vita. Può essere perciò attraversato da ansia, angoscia, senso di colpa, depressione, frustrazione... che possono riversarsi più o meno consapevolmente nella relazione di cura che rischia di essere percepita come una gabbia che sottrae tempo alla propria vita.  Ne consegue un tentativo di repressione di tutti gli stati emotivi “negativi”, la difficoltà di accogliere questi vissuti e una scarsa accettazione di sé stessi e della propria vulnerabilità. Il caregiver vive così in uno stato di stress continuo, che quando non si manifesta subito può manifestarsi dopo qualche anno”.

Perché è stato scelto come mezzo di supporto terapeutico proprio quello della scrittura?

“La scrittura aiuta a narrare ed esprimere l’indicibile. Ciò è noto fin dall’antichità, ma è una decina d’anni che il valore terapeutico è comprovato nella comunità scientifica, in particolare mi rifaccio agli studi dello psicologo sociale Pennebacker. Il senso a livello terapeutico è dare espressione ai vissuti complessi che non vengono percepiti, superare i blocchi mentali e proteggerci dai rischi dell’inibizione, prevenendo ripercussioni anche sul nostro fisico. La scrittura ci permette di “buttare fuori” questi vissuti e narrare la fatica e il dolore che stiamo provando. Scrivendo, vengono esternati tutti i pensieri ripetitivi, i preconcetti e le idee che avevamo di noi stessi e con le quali ci autogiudicavamo. È molto importante avere uno spazio in cui non c’è giudizio, e si è liberi di manifestare tutta la gamma di sensazioni e pensieri che ci attraversano, da quelli positivi a quelli che identifichiamo come “negativi” o “cattivi”. Una volta che troviamo una forma espressiva, si riattiva il processo di elaborazione e accettazione del negativo e ritorniamo a inscrivere la realtà in una cornice di pensiero più libero e funzionale. Passo dopo passo riusciamo a fare pace con i nostri limiti umani, abbandonare sensi di colpa e sensazione di impotenza. Traiamo un insegnamento da quello che abbiamo vissuto e ci riappropriamo della nostra vita. Allo stesso modo, quello che porta beneficio a noi ha un riscontro diretto su chi ci circonda: trovano spazio soluzioni più creative per prenderci cura di noi stessi e degli altri”.

Più nello specifico, come funziona la metodologia da lei applicata?

“Il metodo di Pennebacker prevede di scrivere per massimo quindici, venti minuti dai tre ai cinque giorni consecutivi. Noi faremo una variazione perché l’obiettivo è che ogni incontro sia poi un input per la pratica individuale, in modo che si riesca ad instaurare un’abitudine che rimanga nel “bagaglio degli attrezzi” dei partecipanti e che li aiuti nel rimanere in salute nella mente e nel corpo.

La visione di fondo è quella della medicina narrativa: una medicina sociale che non si occupi solo del corpo, ma della persona nella sua globalità come storia incarnata. Molti dei sintomi che vengono visti come medici sono infatti in realtà psicosomatici, e la narrazione permette di rendere visibile ciò che prima era cieco. Scrivere è un’esperienza del corpo, oltre che della mente. Per cui scrivendo si produce un circolo positivo tra mente-corpo: i nostri pensieri, attraverso le nostre mani, ci diventano visibili, si libera così la nostra mente e si mantiene sano il nostro corpo”.

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